Il pino ferito e la divina punizione

La memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda.
La memoria è un presente che non finisce mai di passare. | Octavio Paz

Lo scorso 25 luglio i Gorlesi si sono svegliati con un’amara sorpresa: durante un violento temporale il pino antistante il Comune è stato colpito nella notte e seriamente danneggiato da un fulmine, tanto da temere per la sua sorte. Il fulmine, dopo aver inciso per alcuni metri in cima all’albero uno stretto ma vistoso solco ad andamento sinusoidale, si è scaricato alla base del pino provocando la frattura del tronco.

Niente di eccezionale, un normale e spiacevole evento atmosferico, se non fosse che sulla vicinissima chiesa vi siano installati ben tre parafulmini e che un evento del genere era già accaduto 70 anni fa, in un clima che, dopo i tragici avvenimenti del 25 Aprile 1945, definire incandescente è fortemente riduttivo. I Comunisti avevano occupato il Comune, il prete era stato cacciato, la chiesa chiusa e il fulmine aveva colpito il pino, nonostante allora di parafulmini ce ne fossero ben sei.

L’evento era stato interpretato come una divina punizione. Qualcuno parlò persino di vendetta divina. Il vero pino della storia gorlese è lui ed ha una storia che merita di essere raccontata. Quanti avvenimenti in quel tragico 25 Aprile: la radio aveva annunciato che Milano era insorta e stavano arrivando vittoriose le truppe alleate; la gente si sentiva sollevata, mostrava contentezza. Finalmente la guerra stava finendo, ma la felicità durò poco. A mezzogiorno un camion partito partito per dar man forte gli insorti, giunto alle porte di Gorla Minore, fu mitragliato per un drammatico errore da un aereo alleato. Tragico il bilancio: 14 morti di cui 12 gorlesi e 15 feriti di cui 6 con mutilazioni, 2 feriti seriamente e 7 lievemente. Come se non bastasse, nel pomeriggio giunse dal manipolo di partigiani partiti di buon mattino in bicicletta per Milano, la notizia che a San Vittore Olona, in uno scontro con una colonna tedesca, era morto Silvio Giorgetti ed altri erano stati feriti. Disperazione, sgomento, confusione, urla, rabbia, accuse. Il Comune fu occupato, la casa del Fascio distrutta, bruciati gagliardetti e bandiere del ventennio, rimossi tutti i simboli fascisti, coperte di calce le scritte del Duce sui muri, scalpellato il fascio littorio alla base del lampione in mezzo alla piazza.

Fu proprio in quel clima da incubo che, nel caos più assoluto, iniziò una serrata caccia ai fascisti. Era giunta l’ora di regolare i conti: santo manganello, olio di ricino, soprusi, disoccupazione per chi non voleva fare la tessera del fascio non erano stati dimenticati. Ma loro, i fascisti, quelli che contavano e che qualcosa sulla coscienza l’avevano l’aria grama da tempo l’avevano fiutata ed erano introvabili. Finirono per pagare il conto figure minori e chi non aveva alcuna colpa, se non qualche simpatia per il fascio. Passarono alcuni giorni prima che si facessero i funerali. Il fascismo era caduto, ma le istituzioni, sia pur occupate, erano funzionanti e si erano dovuti aspettare le autopsie e i permessi della pretura. Dopo alcuni giorni, in cui la reggenza del Comune, a nome del Comitato di Liberazione Nazionale, fu condivisa dai vari colori politici, cacciati i partigiani dell’ultima ora, il potere fu preso dai rossi: loro se l’erano guadagnato sul campo in tempi non sospetti. Loro.. mica erano quei “cacasotto” e “voltafaccia” dei popolari, che adesso si facevano chiamare democristiani. Ora, a funerali avvenuti, bisognava guardare al futuro e il futuro era l’esempio russo: erano Lenin, Stalin, Togliatti. Con la bandiera rossa sventolante accanto al tricolore sul palazzo comunale, iniziò un periodo di confusione e lotte politiche, con il podestà Natale Colombo, segretamente appartenente alla resistenza, temporaneamente nominato Sindaco, nell’attesa che dalle galere fasciste tornasse e ne assumesse la carica Antonio Girola, capo dei partigiani comunisti gorlesi.

Gli scudocrociati erano sostenuti dal clero, pertanto era questo il nemico da combattere. Qualcuno aveva proposto di chiudere la chiesa, ma sembrava troppo, va bene che del prete si poteva dire peste e corna, ma era un “tipino” mica da ridere e chiudere la chiesa pareva esagerato. Esagerato? Ma se l’avevano fatto in tanti altri posti? Nel frattempo qualcuno pensò bene di preparare il terreno con quello che sarebbe diventato un vero tormentone teologico – politico. “Dio c’è?” domandavano gli uni. E gli altri rispondevano: “E’ nato prima l’uovo o la gallina?” Un vero trappolone! A rompere ogni indugio ci pensarono quelli del Canton Sotto, basta parole.. fatti. Così qualche giorno dopo un manipolo ben deciso guidato dai M… andarono in parrocchia e, cacciato il curato, issata la bandiera rossa con tanto di falce e martello sul campanile, chiusero la chiesa, chiodandola con una crociera di assi in bella vista, perché tutti vedessero e a tutti fosse ben chiaro che il vento era cambiato. La cosa fece scalpore! Scandalo! Vergogna!

Nessuno pubblicamente osava né parlare, né commentare, né condannare. Il clima era incandescente: i morti e i feriti pesavano, le donne pregavano e si limitavano a dire: “Va bene via il prete, ma la chiesa no. Proprio no”. Il paese in quel fatale ’45 era spaccato politicamente in due: socialisti e comunisti da un lato, che erano perlopiù anticlericali, neo atei, filo russi, e dall’altro i democristiani, tutti casa e chiesa, moderati e benpensanti, accusati di essere tutti ex fascisti.

Oltre alla spaccatura politica ve ne era una ben più grave che era nata in seno ai “paolotti”, una spaccatura che aveva diviso il paese al di là delle convinzioni politiche. Figura centrale il curato, tanto amato quanto odiato, era lui al centro del caos per una storia di vocazioni fortemente degenerata. Della situazione ne approfittarono prontamente i comunisti. Oltre al pasticcio delle vocazioni, a don Ambrogio si rinfacciava di aver sostenuto fin dai primi anni Venti il partito fascista e di averne benedetto i gagliardetti. Il fatto che negli ultimi tempi avesse aiutato i partigiani per loro era solo un furbesco adeguamento, e poi giravano certe voci, certe chiacchiere.. Ma “vox populi, vox dei”. Doveva andarsene! Via! Via! Lo chiamavano da sempre “il rosso” non solo perché lo fosse di pelo, ma per il carattere forte e deciso.

Non aveva paura di nessuno e in pieno regime fascista se da un lato benediva i gagliardetti, dall’altro ne denunciava senza paura e pubblicamente i vizi. Aveva carisma e tutto ciò nuoceva. Accadde però il fatto eccezionale: un fulmine durante un violento temporale pomeridiano colpì in pieno il pino, nonostante vi fossero ben 3 parafulmini sul comune e 3 sulla chiesa. Notevole il danno: ben cinque metri di cima troncata di netto e sei grossi rami verso terra spaccati. Come mai con 6 parafulmini “a scajà” aveva colpito proprio il pino? Non era normale.

Subito si cominciò a parlare di punizione divina per aver cacciato il curato e chiuso la chiesa. Un segno mandato da Dio. “Vea si, vea no, cunt’ ul signor e i santi sa scherza no”. Ognuno diceva la sua, ma nei più vi era la convinzione che qualcosa di strano era accaduto. Bisognava rimediare, la chiesa andava riaperta, altrimenti chissà cosa sarebbe ancora capitato. C’era persino chi si era spinto oltre, sostenendo che si trattava di una vera e propria vendetta divina paventando un futuro di 6 grandi disgrazie, tante quante il numero dei rami spezzati e dei sei parafulmini che non avevano
funzionato. Sorpresi e sbigottiti i “paoli” tacevano e l’iniziativa di chiedere la riapertura della chiesa la presero le donne senza distinzione di colore politico, ma la risposta fu un netto rifiuto. Più il tempo passava più i timori della divina punizione aumentavano. Ottenuta l’ennesima risposta negativa, ad aprire la chiesa ci avrebbe pensato lei, la Bianca, comunista sì, ma a tutto ci doveva essere un limite. E fu così che dal fondo della piazza, seguita da alcune donne, spuntò lei che brandendo una scopa spingeva verso la chiesa il marito ul Giuanen, che portava sulla spalla sinistra una scaletta e con la mano destra la cassetta dei ferri da muratore.

La notizia si diffuse in un baleno e i due furono raggiunti dai rossi che senza tanti complimenti intimarono loro di tornare indietro, ma lei non era certo il tipo da lasciarsi intimidire. A nulla valsero le minacce, lei la scopa la brandiva come una clava, sia verso il recalcitrante Giuanen, che si sforzava di far capire ai presenti che lui non era d’accordo, sia verso chi mostrava baldanzosamente il fucile. Non avendo sortito l’effetto desiderato con “di predi e di re o parlà ben o tasè”, la Bianca uscì con una trovata: “d’acordu via tutti i predi, ma però i da capì che a gesa le no a cà di predi, ma a cà dul Signur, capiseeela.. le a cà dul Signur. Roba da mati. La rasona no”. Intanto tra un commento e l’altro, minacce, vibrate proteste e timide approvazioni l’astuta Bianca era riuscita a spingere ul Giuanen fino al portone.

Ormai il gioco era fatto, favorito dal provvidenziale rumore dello scoppio di una “tola da cetilene” fatta saltare dai ragazzi nella sottostante “pisina” sulla costa, ul Giuanen, appoggiata la scaletta al portone, aveva incominciato a togliere le assi.
Tutti si aspettavano che la situazione degenerasse, per un attimo si era temuto il peggio, ma il tempestivo saggio intervento di un ascoltato comunista con un perentorio: “chi ga giudizi ca la usa,.. ma laseghi fa,.. tantu poeu la seram anca mo e par sempar.. ma sempar, sempar”, sbloccò la situazione. Quel provvidenziale “la seram anca mo” finì col calmare anche i più scalmanati, un buon alibi per uscire a testa alta dalla difficile situazione che si era creata: loro i duri e puri non potevano perdere la faccia e subire un simile smacco, ma erano in forte imbarazzo, pressati da mogli, madri e figli nel frattempo sopraggiunti. E poi diciamola tutta, la Bianca non si poteva toccare. Lei e tutta la sua famiglia erano comunisti doc e il figlio da sempre un noto partigiano. Tolte le assi, il portone però non si aprì. Era chiuso da dentro e i minuti passati nell’attesa che il sagrestano aprisse il portone, sembrarono secoli. Le donne più temerarie, temendo che nel frattempo si tornasse a rinchiodare le assi, iniziarono ad avvicinarsi timidamente al portone.

Quando questo finalmente si aprì e poterono entrare in chiesa, furono investite da insulti talmente pesanti che sentirsi dare delle “fasciste e paolotte di m…” doveva essere sembrato un lusinghiero complimento. In chiesa era entrato subito solo un coraggioso manipolo di “paolotte”. Loro, le rosse, che in piazza avevano prudenzialmente gridato a figli e mariti: “toca i fanti ma lasa stà i santi”, le idee le avevano chiare, non andava mischiato il sacro con il profano, ma ora vediamo di non esagerare, in chiesa loro ci sarebbero sì tornate ma senza fretta. Certo non c’era fretta, e si sa il tempo è medico. Va bene la politica, ma la vita continuava e si doveva “sbarcare il lunario”, metà paese lavorava la terra ed era alta stagione, l’altra metà, finito il lavoro nelle fabbriche, aiutava nei campi. Per il pino, qualora andasse tagliato, si sarebbe provveduto nel tardo autunno dopo la vendemmia a lavori agricoli finiti. Di tempo libero ce n’era poco e quel poco lo si passava all’osteria, tra un bicchiere e l’altro. Tre erano gli argomenti principali: la politica, il pino e la religione, quest’ultima era il pezzo più forte perché i comunisti sapevano quanto avrebbe ancora contato la chiesa nelle future competizioni elettorali, gli ordini arrivati dal partito centrale erano precisi, bisognava tagliare il male alla radice: Dio non c’è, pertanto non serve alcuna chiesa e per spiegarlo in modo facile a masse poco o per niente acculturate, cosa c’era di meglio del dilemma: è nato prima l’uovo o la gallina?

A calmare gli animi e a rasserenare la comunità ci pensarono le suore, loro non si erano compromesse con il fascismo ed in paese godevano di grande considerazione e prestigio, ma anche ad esse toccò l’arduo compito di affrontare il tema dell’uovo e della gallina e furono poco convincenti, in quanto non trovarono di meglio del solito “è un mistero”. Per i rossi l’uovo e la gallina cominciavano a dare i primi frutti, la storia del “mistero” veniva da loro sbandierata come la prova – provata delle balle dei preti, un po’ come i miracoli: “Avete mai visto ricrescere una mano o una gamba? – dicevano i rossi – In Russia sì che da tempo avevano capito tutto e Stalin, senza chiese e senza preti, aveva dato benessere e uguaglianza a tutti, il creato altro non era che la natura con l’evoluzione della specie, tutti erano uguali e tutto andava governato con la dittatura del proletariato, la vera democrazia. Tutto è di tutti”. E quando qualcuno obiettava che allora doveva dividere ciò che aveva, la risposta era pronta e inequivocabile: “ma i comunisti italian in diversi”. I paolotti, di riscontro, ribattevano dicendo che: “un contu le a pratica, un contu le a gramatica, troppo comodo, ga vor fal non dil ”. Niente di nuovo dunque sotto il sole, nemmeno sotto “quello dell’avvenire”. E sì, nonostante i proclami, loro erano proprio comunisti diversi, i matrimoni continuarono ad essere celebrati in chiesa, i figli battezzati ed i funerali civili non se ne videro, quando arrivava l’ora da “tià a gambeta” anche i più sfegatati mangiapreti chiamavano il prete.. non si sa mai.

A pensarci bene sono stati loro i veri inventori dell’attuale pubblicità progresso: prevenire è meglio che curare. Calmatesi le acque, poco tempo dopo il parroco ritornò. L’estate quell’anno, particolarmente torrido, passò velocemente ed in autunno non sapendo, con i mezzi di allora, come fare per abbattere in sicurezza una pianta così alta si decise di aspettare la primavera, magari non moriva. In paese la tensione era ancora molto alta; si temeva che con l’autunno e la fine dei lavori nei campi potesse accadere qualcosa di grave, qualche conto in sospeso da regolare con il passato c’era ancora. Ma a stemperare il pesante clima politico ci pensò Severino Canavesi il 15 Settembre, vincendo ad Angera il Campionato Italiano e battendo Coppi e Bartali, una mitica vittoria, a lungo non si sarebbe parlato d’altro. Volò qualche schiaffo e qualche pesante insulto ma non accadde più niente di rimarchevole.

A Gorla niente fu più come prima, più di vent’anni di fascismo, 5 lunghi anni di guerra e i morti di quel tragico 25 Aprile avevano segnato fortemente la comunità. Don Ambrogio l’aveva capito: la chiesa era aperta, ma la frequentazione lasciava a desiderare e dopo 30 anni di permanenza a Gorla a gennaio, tra veleni e polemiche, lasciò per sempre il paese e in parrocchia a marzo arrivò un nuovo prete. Serviva un segnale di discontinuità e la Curia non a caso mandò a Gorla don Alessandro, uomo mite, di manzoniana memoria, l’opposto del predecessore, ma nessun problema, ci avrebbe pensato lei l’Adalgisa, la sorella perpetua, a ristabilire gli antichi equilibri e l’avrebbe fatto con tale zelo da meritarsi il titolo di “ pel da capon ”.

In primavera il pino tra gioia e stupore tornò a fare nuove gemme, a marzo arrivarono le prime elezioni comunali e i rossi stravinsero, in Comune s’insediò un sindaco comunista e nonostante le aspre polemiche per il referendum istituzionale svoltosi a giugno, con i paolotti schierati a favore della monarchia, i rossi a favore della repubblica e con le suore per la prima volta entrate nell’occhio del ciclone poiché si erano smarcate a favore dei Savoia, Gorla si avviava a voltare pagina: c’era voglia di vivere, voglia di futuro, di respirare aria nuova. Negli anni a seguire il paese continuò ad essere spaccato in due e, tra polemiche e rancori a non finire, si giunse ai due anni della svolta: don Alessandro che lascia per motivi di salute e nel 1955 arriva il nuovo parroco don Mario Sculatti, e con i rossi che nel 1956 perdono le elezioni, e viene eletto un nuovo sindaco democristiano: Virgilio Bisson. Gorla aveva di nuovo voltato pagina e nel volgere di pochi anni con il miracolo economico del 1958 e i mitici anni ’60 si avviò a dimenticare quei tragici eventi.

Dovevano passare ben 70 anni prima che a Gorla nel 2015 arrivasse un’altra significativa svolta, con cambio di parroco e sindaco in contemporanea. Niente di eccezionale, normale avvicendamento, se non fosse che come allora il pino della “divina punizione” è stato di nuovo colpito e danneggiato da un fulmine. Oggi come allora la gente si è interrogata sul perché non si sia scaricato su uno dei tre parafulmini della chiesa, oggi come allora si aspetterà a primavera per decidere il da farsi. Semplice coincidenza? Certo.

Niente superstizioni, nessuno oggi paventa tre disgrazie quanto il numero dei parafulmini che non hanno funzionato, siamo razionali, e poi allora il prete fu mandato via, ai nostri giorni, in un bagno di stima e affetto, don Giuseppe ci ha lasciato riverito e osannato da tutta la comunità, la casa del Signore è aperta e in Comune il cambio del podestà..pardon.. del Sindaco, sia pur nella logica contrapposizione della competizione elettorale, è avvenuto in un clima ordinato e sereno. Al pino a primavera spunteranno nuove gemme come allora? Bella domanda! Nell’attesa, ricordando quei tempi, il pensiero non può non andare al tormentone rimasto senza risposta: “Ma è nato prima l’uovo o la gallina?” Le ricerche sono aperte.

di ANTONIO CALVENZANI

Fatti ed avvenimenti storici raccolti negli anni ’50 attraverso testimoni oculari abitanti con me in piazza nel cortile dei Fapan: mio zio Enrico Fusè e Carlo Gabualdi, paolotto e fanatico democristiano il primo, anticlericale e viscerale comunista il secondo; i fratelli Angelo e Luigi Colombo, democristiani doc; i famigliari di Sivio Giorgetti, comunisti da sempre, nella cui famiglia sono rimasto a balia durante gli anni della guerra e gli abitanti della piazza alta e zone limitrofe.

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